“Non ricordo più chi di noi due l’ha detto per primo. Forse è uscito dalle nostre labbra contemporaneamente, quella sera di febbraio sul divano, tra una lista di invitati e un preventivo del fiorista: ‘Vogliamo il mondo.’ E quando dici il mondo, con gli occhi che brillano e il cuore che accelera, intendi davvero tutto. Il caos e il silenzio. L’antico e il modernissimo. La folla e la solitudine. L’Asia che ti travolge e l’oceano che ti culla. Intendiamo diciassette giorni che cambieranno per sempre il modo in cui guardiamo il pianeta. E noi stessi.”
Tokyo, quando l’amore incontra il futuro
L’aereo atterra a Narita che sono le sei del mattino e noi non abbiamo dormito. Ma l’adrenalina è più forte della stanchezza. Sono passate solo quarantotto ore dal “sì”, mia madre mi ha abbracciata piangendo all’aeroporto, e ora siamo qui. Sposati da due giorni e già dall’altra parte del mondo.
Il Narita Express ci porta verso Tokyo e attraverso i finestrini scorre un Giappone che non assomiglia a niente che abbiamo mai visto. Risaie improvvise tra palazzoni di cemento, templi nascosti dietro stazioni ferroviarie, un verde impossibile sotto un cielo grigio perla. Marco mi stringe la mano. Non diciamo niente. Non serve.
Il nostro hotel a Shinjuku è una capsula di minimalismo zen a venti piani d’altezza. Dalla finestra vediamo Tokyo svegliarsi: milioni di persone che si muovono con una coreografia perfetta, treni che partono al secondo esatto, una città che respira efficienza. Facciamo una doccia veloce, ci cambiamo, e decidiamo che il jet lag può aspettare. Tokyo non aspetta nessuno.
Il primo impatto è nel quartiere di Shibuya, al celebre incrocio. Quando il semaforo diventa verde, centinaia di persone si riversano nella strada da ogni direzione. Siamo in mezzo a quel fiume umano, mano nella mano, e ridiamo come bambini. “Ci siamo sposati!”, grido a Marco sopra il rumore del traffico. Lui mi bacia proprio lì, nel mezzo dell’incrocio più trafficato del mondo, mentre intorno a noi Tokyo continua imperterrita.
I giorni si fondono in un caleidoscopio di esperienze. Il mercato del pesce di Toyosu all’alba, dove mangiamo il sushi più fresco della nostra vita per colazione – e sì, è strano mangiare pesce crudo alle sette del mattino, ma è anche incredibile. Il tempio Senso-ji ad Asakusa, dove una vecchietta ci vede e ci fa un inchino pronunciando “Omedetō” – congratulazioni – come se potesse sentire che siamo novelli sposi.
Ma il momento che non dimenticherò mai è la sera nel minuscolo izakaya nascosto in un vicolo di Ebisu. Sette posti a sedere, un cuoco che non parla inglese, un menù che non capiamo. Ci affidiamo completamente. Ogni piatto è una sorpresa, ogni boccone un’avventura. Il sake scorre, le nostre facce sono rosse, ridiamo senza motivo. Il cuoco alla fine ci regala un dolce dicendo in un inglese stentato: “For honeymoon. Shiawase ni” – siate felici.
Shibuya, Harajuku, Akihabara, Roppongi. Ogni quartiere è un mondo. Finiamo in un karaoke privato a cantare canzoni italiane che i giapponesi non hanno mai sentito. Visitiamo il palazzo imperiale, passeggiamo tra i ciliegi ancora spogli di Ueno (abbiamo sbagliato stagione di tre settimane, ma non importa), ci perdiamo di proposito nelle stradine di Nakameguro.
L’ultima sera a Tokyo saliamo su un rooftop bar a Shibuya. La città si stende sotto di noi, un oceano di luci che pulsa fino all’orizzonte. Marco ordina due cocktail e quando arrivano, trova il coraggio di balbettare in giapponese: “Kanpai”. Il bartender sorride e risponde con qualcosa che non capiamo, ma il tono è inequivocabile: un augurio, una benedizione.
“Pronto per la prossima tappa?”, mi chiede Marco.
“Non sarò mai pronta a lasciare Tokyo”, rispondo. “Ma sì, andiamo.”
Kyoto, dove il tempo si piega
Il Shinkansen ci porta a Kyoto in due ore e mezza. Fuori dal finestrino il Monte Fuji appare e scompare tra le nuvole come un miraggio. Siamo in prima classe Green Car, un regalo che ci siamo fatti, e mentre il treno scivola a 300 chilometri orari, beviamo tè verde e ci sentiamo in un film di Sofia Coppola.
Kyoto è l’opposto di Tokyo. Qui il tempo non corre, cammina. Anzi, a volte si ferma completamente.
Il nostro ryokan è tradizionale: tatami, futon, yukata. Non ci sono sedie, non ci sono letti alti. Ci si siede per terra, si dorme per terra, si vive vicini alla terra. La prima sera ci portano la cena in camera: quattordici piccoli piatti, ognuno una composizione artistica. Impieghiamo due ore a cenare, gustando ogni boccone, e alla fine ci stendiamo sui tatami sazi e felici.
“Non voglio mai alzarmi”, mormora Marco.
“Non devi”, rispondo.
Il Fushimi Inari è il primo tempio che visitiamo. Migliaia di torii rossi che salgono per la montagna come un tunnel infinito. Ci sono turisti dappertutto nelle prime rampe, ma continuiamo a salire. Dopo mezz’ora, un’ora, le persone spariscono. Siamo soli tra i torii, il silenzio rotto solo dal canto degli uccelli e dal nostro respiro affannato.
In cima ci fermiamo. Marco estrae la macchina fotografica – quella vintage che ha comprato per questo viaggio – e mi scatta una foto. Poi io scatto una foto a lui. Poi chiediamo a un monaco che passa di farne una insieme. Nella foto siamo sudati, stanchi, con le facce rosse dallo sforzo. È la foto più bella del viaggio.
Il Kinkaku-ji, il tempio d’oro, ci lascia senza fiato. Ma è nei giardini zen del Ryoan-ji che succede qualcosa. Siamo seduti sulla veranda di legno, guardiamo il giardino di rocce e sabbia rastrellata, e per la prima volta dal matrimonio… silenzio. Non parlo, lui non parla. Non sentiamo il bisogno di riempire lo spazio con le parole. Stiamo semplicemente insieme, respirando allo stesso ritmo, guardando le stesse pietre.
Una coppia giapponese anziana si siede accanto a noi. Lui tiene la mano di lei. Anche loro guardano in silenzio. Mi chiedo se sono sposati da cinquant’anni. Mi chiedo se anche loro, un tempo, sono stati dove siamo noi ora. Mi chiedo se tra cinquant’anni noi saremo dove sono loro.
“A cosa pensi?”, sussurra Marco.
“A noi tra cinquant’anni.”
Sorride. “Saremo ancora insieme.”
“Lo so.”
La sera passeggiamo nel quartiere di Gion, sperando di vedere una geisha. Ne incrociamo una, o forse è una maiko, non siamo sicuri. Si muove veloce, il kimono frusciante, le zoccole che ticchettano sul pavimento. Scompare in una casa da tè prima che possiamo mettere a fuoco la macchina fotografica.
“L’hai vista?”
“Sì.”
“Sono contento che l’abbiamo vista insieme.”
Il giorno prima di partire per la Thailandia, affittiamo due biciclette e pedaliamo lungo il fiume Kamo. È una giornata di marzo stranamente calda. I primi ciliegi stanno sbocciando – siamo fortunati, dice la signora che ci affitta le bici. Ci fermiamo sotto un albero, stendiamo il nostro picnic comprato al konbini, e mangiamo onigiri seduti sull’erba.
“Non voglio andare via”, dico.
“Tra due giorni saremo in Thailandia.”
“Lo so. Ma questo… questo momento. Voglio che duri.”
Marco guarda i ciliegi, poi me. “Durerà. Perché te lo ricorderai per sempre. E ogni volta che te lo ricorderai, sarai di nuovo qui.”
Ha ragione. Sono di nuovo qui, ora, mentre scrivo. Sento l’odore dei fiori, il sapore del riso nell’onigiri, la brezza fresca sul viso.
Bangkok, il caos che guarisce
L’aereo da Osaka a Bangkok è pieno di backpackers, famiglie thailandesi, businessman. Noi siamo gli unici in luna di miele – il personale di bordo ce lo chiede quando vede le nostre fedi nuove di zecca, e ci porta champagne gratis.
Bangkok ci colpisce come un pugno. Il caldo umido dell’aeroporto, già alle dieci di sera. Il taxi che ci porta in hotel attraverso autostrade sopraelevate, tra grattacieli luminosi e templi nascosti. Il rumore, Dio, il rumore. Dopo il silenzio di Kyoto, Bangkok è un’orchestra impazzita.
Il nostro hotel è nel quartiere di Sukhumvit, moderno e occidentale. Ma la mattina dopo, appena usciamo, siamo immersi nella vera Bangkok. Tuk-tuk che sfrecciano, venditori ambulanti che cucinano pad thai su wok fumanti, il profumo di lemongrass e peperoncino che pervade tutto.
“Non so se sono pronto”, dice Marco, gli occhi spalancati.
“Troppo tardi per tornare indietro.”
Il Wat Pho, con il Buddha reclinato dorato, ci accoglie con la sua maestosità pacifica. Paghiamo per un massaggio tradizionale thailandese nel tempio stesso. Per un’ora veniamo piegati, stirati, schiacciati da due masseuse minuscole ma fortissime. Usciamo doloranti ma stranamente leggeri.
Il mercato galleggiante di Damnoen Saduak è puro caos: barche cariche di frutta, turisti, venditori che urlano. Compriamo mango sticky rice da una signora che lo prepara sulla sua barca. È il dolce più buono che abbia mai mangiato.
Ma la vera magia succede la sera, per caso. Ci perdiamo – letteralmente perdiamo l’orientamento – nei vicoli di Chinatown. Finiamo in una strada dove centinaia di persone mangiano ai tavoli di plastica. Non ci sono turisti. Solo thailandesi, famiglie, lavoratori dopo il turno.
Ci sediamo. Non c’è menù. Una signora ci indica cose che non capiamo. Annuiamo a tutto. Arriva il cibo: noodles in brodo rosso fuoco, pollo satay, tom yum, riso fritto. È piccante da far lacrimare, è delizioso da impazzire. Costa l’equivalente di cinque euro in due. Mangiamo con le lacrime che ci scendono sulle guance – per il piccante, per la gioia, per l’assurdità perfetta del momento.
“Siamo a Bangkok”, dice Marco, ridendo mentre si asciuga gli occhi.
“In fucking Bangkok!”, rispondo, e ridiamo come matti.
L’ultimo giorno andiamo ad Ayutthaya, le rovine dell’antica capitale. Templi invasi dalle radici, Buddha decapitati, una città che fu grande e ora è solo memoria. Affittiamo biciclette e pedaliamo tra le rovine sotto il sole cocente. Siamo fradici di sudore, rossi come gamberi, assolutamente felici.
Quella sera, sul rooftop bar del Lebua (sì, quello di “Una notte da leoni 2”), guardiamo Bangkok illuminata. Milioni di luci, il fiume Chao Phraya che serpeggia nero, il rumore della città che sale fino a noi ma attutito, gestibile.
“Tra due giorni saremo alle Maldive”, dico.
“E tutto questo sarà finito.”
“No”, dico, prendendogli la mano. “Tutto questo sarà solo l’inizio.”
Maldive, dove il tempo si scioglie
Il volo da Bangkok a Malé è surreale. Quattro ore su acque sempre più blu. Poi l’atterraggio – l’aeroporto è su un’isola così piccola che la pista finisce praticamente in mare. E infine l’idrovolante.
Mai dimenticarò quel volo. Il pilota è malese, indossa Ray-Ban e ci sorride mentre ci allacciamo. L’idrovolante si alza fragorosamente, l’acqua spruzza contro i finestrini, e poi siamo in aria. Sotto di noi, l’impossibile: centinaia di atolli, anelli di corallo che emergono dall’oceano come gioielli sparsi su velluto azzurro.
“Guarda”, sussurro a Marco, indicando. Ma non c’è bisogno. Ha gli occhi incollati al finestrino, la bocca semiaperta.
Atterriamo – ameriamo? – nella laguna del nostro resort. Il responsabile ci accoglie sulla spiaggia con corone di fiori e cocktail di benvenuto. Ci portano alla nostra water villa su un buggy elettrico che scivola silenzioso sulla passerella di legno.
E poi… silenzio.
La villa è esattamente come nelle foto che abbiamo visto mille volte. Pavimento di vetro sul soggiorno – i pesci nuotano sotto. Scala privata che scende nell’oceano. Terrazza con piscina infinity. Camera da letto con vista a 180 gradi sull’acqua. Vasca da bagno esterna.
“Siamo davvero qui?”, chiede Marco, la voce piena di meraviglia.
Apro la porta-finestra. Entriamo sulla terrazza. L’oceano si stende davanti a noi, così calmo che sembra respiri. Azzurro, turchese, verde smeraldo – tutti i colori che non ha nome. All’orizzonte, niente. Solo acqua e cielo che si fondono.
Ci togliamo le scarpe. Scendiamo la scala. L’acqua è calda come una carezza. Nuotiamo, galleggiamo, ridiamo senza motivo. Uno squalo pinna nera passa sotto di noi – piccolo, innocuo, bellissimo.
Il tempo alle Maldive non esiste. Non so più che giorno è, che ora è. Non importa. Le giornate seguono tutte lo stesso, perfetto ritmo.
Sveglia tardi, quando il sole è già alto. Colazione sulla terrazza – frutta tropicale, pancake, caffè. Tuffo mattutino. Lettura sui lettini. Pranzo leggero al ristorante sulla spiaggia. Riposino nel pomeriggio, con il ventilatore che gira lento e il rumore delle onde come ninna nanna. Snorkeling al tramonto. Doccia esterna sotto le stelle. Cena romantica sulla spiaggia, tavolo per due, candele, sabbia tra le dita.
Un giorno facciamo diving. Scendiamo a venti metri. Un’aquila di mare plana sopra di noi, maestosa. Tartarughe brucano pacifiche. Un gruppo di pesci pappagallo passa in formazione militare. Sotto l’acqua ci teniamo per mano. Non possiamo parlare ma non serve. I nostri occhi dicono tutto.
Una sera c’è la cena privata. Ci portano su un’isoletta deserta – letteralmente nessun altro per chilometri. Un tavolo preparato sulla sabbia, luci fatate tra le palme, uno chef personale che cucina davanti a noi. Aragosta, gamberi, vino bianco ghiacciato.
“È troppo perfetto”, dico. “Quasi irreale.”
“È reale”, risponde Marco. “Siamo noi che non siamo abituati a così tanta perfezione.”
Dopo cena, il personale se ne va. Siamo soli sull’isola. Ci stendiamo sulla sabbia, mano nella mano, e guardiamo le stelle. La Via Lattea è così nitida che sembra poterla toccare. Non c’è inquinamento luminoso, non c’è rumore se non l’oceano. Siamo soli nell’universo.
“Sposami”, dice Marco improvvisamente.
Rido. “L’hai già fatto.”
“Lo so. Ma voglio rifarlo. Ogni giorno. Voglio svegliarmi ogni mattina e ri-sceglierti.”
Mi giro verso di lui. Le stelle si riflettono nei suoi occhi. “Allora sposami anche tu. Ogni giorno. Anche quando sarà difficile. Anche quando saremo vecchi e stanchi e non ricorderemo più come eravamo giovani qui.”
“Soprattutto allora.”
L’ultimo giorno alle Maldive è straziante. Facciamo un ultimo tuffo. Nuotiamo fino alla barriera. Galleggiamo sulla schiena, mano nella mano, guardando il cielo infinito.
“Non è giusto che finisca”, dico.
“Non finisce”, risponde Marco. “È solo che adesso deve diventare una cosa che ricordiamo invece di una cosa che stiamo vivendo.”
“Non è la stessa cosa.”
“No. Ma è comunque bella.”
Il ritorno: quando la luna di miele incontra la vita vera
L’aereo per Milano parte da Malé alle due del mattino. Siamo zombi. L’abbronzatura contrasta con le occhiaie. Le valigie sono piene di souvenir – tè giapponese, spezie thailandesi, sabbia delle Maldive in una bottiglietta (sì, l’abbiamo rubata, non giudicateci).
Durante la sosta a Dubai, mentre aspettiamo il volo di coincidenza, sfogliamo le foto. Migliaia di foto. Tokyo di notte. I templi di Kyoto. Le strade di Bangkok. L’oceano infinito delle Maldive.
“Come facciamo a raccontarlo?”, chiedo.
“Non si può”, risponde Marco. “Non completamente. Alcune cose devi viverle.”
Ha ragione. Anche ora, mentre scrivo, so che le parole sono insufficienti. Come descrivi il sapore del sushi al mercato del pesce di Tokyo? Come spieghi il silenzio del giardino zen? Come traduci la sensazione di galleggiare nell’oceano indiano con la persona che ami?
Non puoi. Puoi solo dire: c’eravamo. Lo abbiamo vissuto. E ci ha cambiati.
Epilogo: tre mesi dopo
Sono le otto di sera di un giovedì qualunque. Siamo sul divano del nostro appartamento. Marco lavora al laptop, io scorro Instagram. Fuori piove. La lavatrice fa il suo rumore. Il gatto dorme sulla poltrona. La vita vera, insomma.
Marco chiude il laptop. “Ti ricordi quando eravamo nella nostra villa alle Maldive?”
Sorrido. “Ogni giorno.”
“Vuoi vederlo?”
Apre il laptop, va sulla cartella delle foto. Sceglie un video: la vista dalla nostra terrazza, l’oceano calmo, il suono delle onde. Lo mettiamo in loop sul televisore.
Spegniamo le luci. Ci mettiamo comodi sul divano. Chiudiamo gli occhi.
E per un momento, solo un momento, siamo di nuovo lì.
Il viaggio è finito quattro mesi fa. Ma continuo a viverci dentro. Ogni volta che bevo tè verde, sono a Kyoto. Ogni volta che sento profumo di lemongrass, sono a Bangkok. Ogni volta che vedo il mare, sono alle Maldive. E ogni volta che guardo Marco, vedo tutte le versioni di noi: quella eccitata a Tokyo, quella silenziosa nei templi, quella che rideva a Bangkok, quella che galleggiava nell’oceano.
La luna di miele non è stata solo un viaggio. È stata la dimostrazione fisica che abbiamo fatto la scelta giusta. Che possiamo affrontare jet lag, lingue incomprensibili, cibo piccantissimo, e uscirne più forti. Più uniti. Più noi.
E quando la vita vera si fa dura – quando le bollette si accumulano e il lavoro stressa e la casa sembra troppo piccola – chiudiamo gli occhi e torniamo lì. A quella villa sull’oceano. A quel giardino di pietre. A quella strada di Bangkok dove tutto sapeva di avventura.
Perché una luna di miele perfetta non è quella che finisce quando torni a casa. È quella che non finisce mai.
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